I personaggi di film come La Notte, L’eclisse, L’avventura, ridotte a monadi atrofizzate, sono incapaci di far presa sull’altro e di lasciarsi penetrare dall’altro. Vagano senza meta, si scontrano, per poi riprendere il loro incessante vagare. Non c’è lotta tra autocoscienze perché questa è stata ormai persa. Tenuti in vita artificialmente, sono dominati e determinati da una forza tanto potente, quanto invisibile. Le inquadrature che riprendono i personaggi al margine della scena, sovrastati da un muro bianco, da un paesaggio spoglio, dal caos, sono non soltanto la rappresentazione della totale solitudine, dell’isolamento assoluto e della perdita di centralità degli uomini, ma anche il tentativo disperato di rappresentare una forza che si sottrae ad ogni esplicita rappresentazione, perché assolutamente pervasiva. I personaggi, dunque, acoscienti e asociali, sono incapaci di agire e inter-agire. La narrazione si arresta e arretra. Il cinema, arte del movimento, si fa tragico testimone dell’immobilismo.

Il linguaggio è sempre solo espressione di suggestioni puntuali e considerazioni isolate: non si fa mai discorso. Frammentato e depotenziato, perde ogni contatto con la realtà.

Ad ogni movimento i personaggi non fanno che rendere il loro cappio sempre più soffocante, ogni tentativo di reazione è inutile e dannoso: conferma e rinforza il potere che li opprime. Non resta loro che rassegnarsi a non capire o sottrarsi a questo terribile gioco, annientandosi.

La_notte_(1960)_Antonioni

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