Il crimine di chi uccide senza movente, gesto di massima rottura di schemi sociali e relazionali, ritenuto  perciò atto di pura follia e di assoluta irrazionalità, nasconde spesso al suo interno una precisa logicità e una organizzazione sistematica degli elementi che lo compongono.
Lontano da ogni psicologismo Danny Davos si concentra esclusivamente sulle azioni degli omicidi.
Impossibile da rendere in concetti razionali, l’artista belga rappresenta la logica del crimine traducendola in idea estetica.

Il materiale utilizzato, sostanzialmente di recupero: ferri arrugginiti, legni corrosi, corde sfilacciate, annulla qualsiasi immediatezza. Il percorso che conduce al delitto è lento e meticoloso. È un lavoro amatoriale, frutto di una mano incerta perché inesperta, che utilizza gli strumenti in maniera inappropriata.

Le connessioni tra le parti sono fragili, precarie e approssimative. Tutto è però realizzato con la meticolosa dedizione del dilettante, dell’inesperto impegnato alla realizzazione di qualcosa in maniera assolutamente autonoma, privo delle conoscenze necessarie. L’effetto è inquietante: i delitti rappresentati sono l’opera di chi dà la morte, ma non sa bene come fare. Il pulsante istinto di morte spinge l’assassino oltre questo ostacolo. Il risultato è un processo privo dei tratti dell’efficienza, che però assume quelli del macabro rituale, nella cui realizzazione l’assassino è guidato non da ragione strumentale, ma esclusivamente dall’impulso alla morte.

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