L’inquieto e articolato movimento dei due bracci meccanici, tesi alla ricerca dell’equilibrio, della stabilità sonora, impossibile da ottenere a causa del feedback prodotto dal microfono e dallo speaker posti all’estremità di questi, intercetta una dinamica fondamentale di tutta la cultura occidentale: la drammatica tensione verso l’assoluto e l’immutabile, il disperato tentativo di porre fine alla storia e alla sofferenza umana, la kenosis, lo svuotamento del dio che dovrebbe donare finalmente agli uomini la vita eterna, si concludono con la tragica consapevolezza dell’assenza del punto risolutivo. Questo diviene punto asintotico, al di là di ogni possibile realizzabilità. Ciò che resta è solo la tensione a raggiungerlo; tensione che si fa letteratura.

L’equilibrio non esiste. Esiste solo il movimento che conduce ad esso: progressivo, ma interminabile.

La tecnica, motore del progresso, emancipatasi dalla propria condizione di mezzo, diviene così soggetto. Essa è quindi costretta a  confrontarsi costantemente con i propri limiti e con la sua inevitabile fallibilità.

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