L’artista cinese Ai Weiwei non è, per sua stessa ammissione, un artista politico. Lo è suo malgrado. Egli è stato “politicizzato” proprio da chi ha provato a neutralizzare la sua carica polemica. Operando in maniera rigorosamente mimetica Ai Weiwei assorbe le forze che si oppongono alla sua creazione e le trasfigura. Egli sembra così prendere seriamente l’attività delle autorità che lo processano e lo sorvegliano, più di quanto facciano esse stesse, tanto da ribaltarne il rapporto di soggezione e mettere in difficoltà l’intero sistema repressivo. Piazzare, ad esempio, delle telecamere in casa che permettono a chiunque di spiarlo costantemente tramite un sito internet, suscitando così l’irritazione delle autorità che lo spiano giorno e notte, o inviare come sua opera per una mostra in Europa, il posacenere pieno dei mozziconi delle sigaretta fumate dalle due guardie nazionali mente lo sorvegliavano di nascosto, mette in ridicolo il potere repressivo, mostrandone così tutta la sua assurda irrazionalità.

Il processo intentato dalle autorità cinesi contro Ai Weiwei si trasforma così nella sua più grande performance.

La ricerca estetica di Ai Weiwei riesce ad essere più politicamente incisiva di quanto potesse esserlo una diretta opposizione al regime. Le sue opere, la sua attività si costituiscono come nuclei di resistenza, come cristallizzazioni di una opposizione critica e cosciente alla illibertà.

 

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